giovedì 16 ottobre 2025

 

 

Il Teatro della Vita

 

Torino.

La porta di quel vecchio teatro non avrebbe dovuto essere aperta. Marco lo sapeva, come sapeva che l'edificio era stato abbandonato tre anni prima, quando l'ultima compagnia teatrale aveva dichiarato bancarotta. Eppure il battente di legno scuro cedette alla prima spinta, cigolando sui cardini arrugginiti.

"C'è nessuno?" La sua voce riecheggiò nella penombra, assorbita dai velluti logori e dalle decorazioni dorate che la polvere aveva reso opache. Si avventurò con timore al suo interno e raggiunse il foyer dove vecchi manifesti di spettacoli pendevano storti dalle pareti scrostate, i nomi degli attori sbiaditi e illeggibili sotto il peso degli anni. Si stava ancora abituando a quella luce quando un movimento nella platea lo fece sussultare. Una figura sedeva nella poltrona centrale, immobile come se fosse sempre stata lì. Un uomo anziano, le spalle curve sotto un cappotto di lana grigia, le mani nodose appoggiate sui braccioli consumati.

"Maestro Giuliano?"

L'uomo alzò lentamente la testa. I suoi occhi, inaspettatamente vivaci in quel volto segnato dalle rughe, studiarono Marco per un lungo momento.

"Tu sei il ragazzo di cui mi ha parlato Teresa."

Non era una domanda. Marco annuì, sorpreso che la portiera del convitto avesse davvero mantenuto la promessa.

Si era trasferito l’anno prima a Torino per motivi di studio e subito aveva trovato difficile l'ambientamento, così aveva preso a confidarsi con lei, specie nei momenti di maggior sconforto quando, complice la nostalgia di casa, si abbandonava alla malinconia. Nei mesi successivi le aveva raccontato della sua famiglia a Roma e sui dubbi che la vita gli stava ponendo d’avanti. Lei, una donna minuta con occhi gentili, lo ascoltava sempre pazientemente.

"Vai al vecchio teatro", gli aveva detto. "cerca il Maestro. Lui sa sempre cosa dire ai giovani che si sono persi."

Ecco perché ora Marco si trovava lì, in quel teatro dimenticato. Aveva seguito il suo consiglio, spinto più dalla disperazione che dalla curiosità, e ora si trovava faccia a faccia con un uomo anziano dai capelli bianchi che sembrava aspettarlo da sempre.

" Come fa a essere qui dentro?" chiese Marco, avvicinandosi cautamente. "Non dovrebbe essere chiuso?"

Giuliano sorrise, e per un attimo le rughe intorno ai suoi occhi sembrarono tracce di antiche risate piuttosto che segni del tempo. "Conosco questo posto da settant'anni. Le serrature e io abbiamo raggiunto un accordo."

Marco si fermò a metà della navata centrale, incerto. L'atmosfera del teatro lo intimidiva; fissò le file di poltrone rosse che sembravano aspettare spettatori mai arrivati, il palcoscenico nascosto da un sipario pieno di polvere che un tempo doveva essere stato bordeaux e ora appariva quasi nero.

"Perché sta qui? In questo posto?"

"Perché aspetto chi prima o poi viene a cercarmi," rispose il Maestro, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

"Siediti. Raccontami."

Marco esitò ancora, poi si lasciò cadere in una delle poltrone della prima fila. La stoffa era sorprendentemente morbida, nonostante l'abbandono.

"Non so da dove iniziare."

"Inizia dalla fine. Cosa ti fa più paura?"

La domanda lo colse di sorpresa. Marco si aspettava di dover spiegare tutto dall'inizio: l'università di Economia che non lo soddisfaceva, i genitori che avevano investito i loro sogni sul suo futuro, la sensazione di vivere una vita che non gli apparteneva. Invece si ritrovò a dire:

"Ho paura di scegliere la cosa sbagliata e di accorgermene quando sarà troppo tardi."

Giuliano annuì lentamente. "E qual è questa scelta che ti terrorizza tanto?"

Alzò lo sguardo verso Giuliano con gli occhi lucidi. "Come si fa nella vita a sapere quando è il momento giusto per rischiare tutto?"

Riabbassò lo sguardo e rimase in silenzio. Passarono degli istanti che sembrarono un’eternità.

Alla fine Marco, mentre sentiva il calore salirgli alle guance, disse con voce flebile, quasi un sussurro, "C'è una ragazza. Sofia. Studia fotografia all'Accademia. Ha ricevuto un'offerta di stage al Tate Modern di Londra. Parte giovedì."

"E...?"

"E mi ha chiesto di andare con lei."

Le parole gli uscirono di getto, come se le avesse tenute prigioniere troppo a lungo.

"Dice che potrei trovare lavoro lì, che potremmo costruire qualcosa insieme. Ma significherebbe lasciare tutto: l'università, la famiglia, i progetti che... che in realtà non sono nemmeno miei."

Il Maestro non rispose subito. I suoi occhi si mossero lentamente sulla platea vuota, come se vedesse qualcosa che Marco non riusciva a percepire.

"Quanti anni hai?"

"Ventitré."

"Ah, ventitré." Giuliano sospirò. "L'età in cui tutto sembra possibile e impossibile allo stesso tempo."

Marco aspettò che continuasse, ma il vecchio sembrava perso nei suoi pensieri. Il silenzio del teatro li avvolse, rotto solo dal ticchettio di un orologio nascosto da qualche parte nel buio.

"Maestro?" 

"Dimmi una cosa," disse Giuliano alzandosi lentamente dalla poltrona. "Quando guardi questa platea, cosa vedi?"

Marco guardò le file di sedili vuoti. "File di poltrone rosse. Tutte uguali, tutte vuote."

"Tutte uguali?" Il Maestro camminò verso il palcoscenico, con le scarpe che risuonavano sul parquet scricchiolante. "Guardala meglio. Veramente."

Marco si concentrò. Era solo una normale platea di teatro: file parallele che si allargavano man mano che si allontanavano dal palco, disposte a ventaglio. Niente di straordinario.

"Non vedo niente di particolare."

Giuliano si fermò davanti al sipario chiuso, vi appoggiò una mano come se stesse accarezzando un vecchio amico. "Quando avevo la tua età, nemmeno io vedevo alcunché di particolare. Ero troppo occupato a cercare il mio posto nel mondo per accorgermi che tutto, intorno a me, aveva una sua geometria perfetta."

Si voltò verso Marco e, alla luce fioca dei lampadari impolverati, il suo viso sembrava ancora più giovane.

"Mi innamorai di una ballerina. Si chiamava Elena. Capelli rossi come il fuoco, occhi verdi come il mare d'estate. Danzava l'Odette nel Lago dei Cigni e quando la vedevo sul palco..." scosse la testa, "credevo che il mio cuore si sarebbe fermato per la bellezza."

Marco si sporse in avanti, dimenticando per un momento i suoi problemi.

"Cosa accadde?"

"Le chiesi di sposarmi. Avevo ventidue anni, lei ventisette. Ero giovane, stupido, convinto che l'amore bastasse per tutto." Giuliano tornò verso la platea, ma non si sedette.

"Lei sorrise con dolcezza e mi accarezzò il viso. Giuliano, mi disse, tu credi di amarmi, ma ami l'idea di me. Un giorno capirai la differenza, e forse allora saprai cosa significa amare davvero."

"E lo capì?"

"Ci vollero vent'anni."

Il Maestro si fermò a metà della navata. "Ma quando lo capii, era troppo tardi per dirglielo."

C'era qualcosa nel tono di quella confessione che fece venire la pelle d'oca a Marco. "Era morta?"

"No. Peggio. Era diventata felice con qualcun altro."

Il teatro cadde di nuovo nel silenzio. Marco sentiva il peso di quella storia posarsi su di lui come una coperta.

"Ma cosa c'entra questo con la platea?"

Giuliano sorrise e questa volta il sorriso aveva qualcosa di misterioso. "Ora te lo mostro. Ma prima dimmi: hai mai sentito parlare della geometria dell'anima?"

"No."

"Allora chiudi gli occhi e immagina." La voce del Maestro si fece più profonda, quasi ipnotica. "Immagina che questa platea non sia disposta come tutte le altre. Immagina che le poltrone formino un triangolo perfetto. In prima fila, quella più vicina al palco, c'è una sola poltrona. Solitaria, maestosa, al centro esatto. Nella seconda fila ce ne sono due. Nella terza quattro. Nella quarta otto. E così via, raddoppiando sempre, fino alle ultime file dove ce ne sono centinaia."

Marco tenne gli occhi chiusi, visualizzando quella disposizione impossibile.

"La vedi?"

"Sì."

"Ora aprili."

Marco aprì gli occhi e per un istante - solo un istante - gli sembrò davvero di vedere quella geometria impossibile. Le poltrone che si moltiplicavano verso il fondo, formando un triangolo perfetto con il vertice rivolto verso il palco.

"Ogni poltrona," sussurrò Giuliano, "è un'emozione che hai provato, che provi, che potresti provare. Il primo bacio che ti ha fatto tremare le mani. La rabbia per un'ingiustizia. La paura di una scelta. La gioia di una mattina di primavera quando avevi otto anni e tutto sembrava possibile."

Marco sentì il cuore accelerare. "Ma perché questa forma?"

"Perché quando sei giovane, come te ora, vivi nelle file più lontane dal palco. Quelle con centinaia di poltrone. Puoi sedere dovunque, saltare da un posto all'altro, sentire tutto contemporaneamente. Puoi innamorarti di tre ragazze diverse nello stesso mese, sognare di diventare poeta, astronauta, rivoluzionario. Hai un ventaglio infinito di possibilità."

Il Maestro fece una pausa, lo sguardo che si perdeva nel vuoto del teatro.

"Ma poi accade qualcosa di magico e terribile. Man mano che vivi, che scegli, che invecchi, ti avvicini al palco. Le file hanno meno posti. Non puoi più sedere ovunque. Alcune emozioni scompaiono per sempre, altre si raffinano, diventano più pure, più profonde."

"Suona... triste," mormorò Marco.

"Pensavo anch'io così, una volta. Finché non capii che avvicinarsi al palco significa vedere meglio. Quando ero nelle file di fondo, come te, credevo che tutto fosse amore. Ogni farfalla nello stomaco, ogni battito accelerato, ogni notte insonne. Ma erano solo... echi. Riflessi. L'amore vero l'ho conosciuto molto più tardi, quando mi sono ritrovato in quinta fila."

"Con Elena?"

Giuliano scosse la testa. "Con Maria. La sposai a quarant'anni. Lei ne aveva trentacinque, faceva la maestra elementare. Non era bella come Elena, non mi faceva tremare le mani ma quando la guardavo, sentivo... pace. Come se fossi finalmente arrivato a casa."

"E ora? In che fila si trova ora?"

Il vecchio si sedette nella poltrona accanto a Marco. "Seconda fila. Ci sono solo due posti lì davanti. Uno è occupato dal rimpianto per Maria - è morta tre anni fa, cancro ai polmoni. L'altro dalla gratitudine per tutto quello che abbiamo condiviso."

Marco sentì una stretta al petto. "E la prima fila? Quella con una sola poltrona?"

"Ah, quella..." Giuliano si appoggiò allo schienale, gli occhi che brillavano nell'ombra. "Quella poltrona è nascosta dal sipario. Non possiamo vedere cosa c'è sul palco finché non siamo seduti lì. È il mistero finale. L'ultima emozione, purissima, distillata da tutta una vita vissuta."

"Ha paura?"

"Di morire? No." Il Maestro sorrise. "Ho paura di non essere pronto. Di arrivare a quella poltrona senza aver capito se la mia esistenza è stata una commedia o un dramma."

Un lungo silenzio scese tra loro. Marco guardò di nuovo la platea e questa volta riuscì davvero a vederla: il triangolo perfetto delle emozioni, con sé stesso seduto nelle file più lontane, circondato da migliaia di possibilità.

"Sofia parte giovedì," disse alla fine.

"E tu cosa farai?"

"Non lo so. Ecco il problema, non lo so."

Giuliano si alzò, dirigendosi lentamente verso l'uscita. "Marco."

"Sì?"

"L'incertezza è un lusso che si può permettere solo chi ha ancora centinaia di poltrone davanti a sé. Goditela finché puoi."

"Ma come faccio a scegliere?"

Il Maestro si fermò sulla soglia, la mano sulla maniglia. "Non devi scegliere la poltrona giusta. Devi scegliere la tua poltrona. Il teatro non sbaglia mai, ricordalo."

"Aspetti!" Marco scattò in piedi. "Non può lasciarmi così!"

"Ti ho già detto tutto quello che serviva sapere."

"Cioè?"

"Che qualunque fila sceglierai, ti porterà più vicino a chi sei veramente. E che ogni poltrona abbandonata è un pezzo di te che hai imparato a lasciare andare."

La porta si richiuse dietro di lui con un tonfo sordo. Marco rimase solo tra le ombre danzanti del teatro, ma per la prima volta da settimane non si sentiva perso.

Si alzò, guardò un'ultima volta la platea - ora tornata normale, file parallele di poltrone rosse - e uscì nella luce del pomeriggio.

 

Due giorni dopo, all'aeroporto di Caselle, Marco teneva in mano due biglietti: uno per Londra Heathrow, uno di ritorno a Roma. Sofia era accanto a lui, bellissima nella sua incertezza, gli occhi che lo pregavano di salire sull'aereo con lei.

"Allora?" gli chiese.

Marco guardò i due biglietti, poi lei, poi il tabellone delle partenze. Da qualche parte nella sua mente, migliaia di poltrone invisibili aspettavano la sua decisione.

Sorrise e, per la prima volta in vita sua, non ebbe paura di scegliere...

 

                                                                  Moreno Blasi

 

domenica 11 maggio 2025



La cadenza dell'attesa



 

Clic. Lo Zippo si apre. 

  Il metallo freddo scivola tra le dita, familiare come un vecchio amico. La fiamma non serve, non oggi. È il suono che cerco, quel metallico Clac che scandisce i secondi, i minuti, le ore davanti a una pagina bianca. 

Clac. Lo Zippo si chiude. 

  Quante storie sono rimaste intrappolate in questo rituale? Quanti personaggi sono nati e morti nel tempo di un'apertura e di una chiusura? Ascolto il silenzio tra un Clic e l'altro. È lì che si nasconde l'ispirazione, dicono. Nel silenzio. Nell'attesa. 

Clic. Lo Zippo si apre. 

  La pagina rimane bianca, come la neve che non ha ancora conosciuto impronte. Guardo le mie dita, leggermente annerite dall'uso dell'accendino. Chissà quante volte l'ho aperto e chiuso. Centinaia? Migliaia? Ho perso il conto, come ho perso il conto delle parole non scritte. 

Clac. Lo Zippo si chiude. 

  Eppure c'è qualcosa di consolante in questo gesto ripetitivo. Una certezza in un mondo di dubbi. Lo Zippo non mente, non promette storie che non può mantenere. Si apre, si chiude. Semplice. Affidabile. A differenza delle parole che mi sfuggono come sabbia tra le dita. 

Clic. Lo Zippo si apre. 

  Mi chiedo se anche altri scrittori abbiano avuto i loro rituali. Se Hemingway contasse i sorsi di whisky, se Kafka accarezzasse il legno della sua scrivania in attesa che i suoi incubi prendessero forma sulla carta, o se Virginia Woolf osservasse le onde del fiume prima di tuffarsi nelle correnti della coscienza. Penso che siamo tutti uguali, in fondo. Tutti soli davanti a una pagina bianca, tutti in cerca di un'eco nel silenzio. 

Clac. Lo Zippo si chiude. 

  Un pensiero si forma; non una storia, ma lo potrebbe diventare. È solo un'ombra, un contorno sfocato. Lo osservo con cautela, temendo che possa dissolversi se guardo troppo intensamente. Come quando fissi una stella e scompare… visibile solo con la coda dell'occhio.

Clic. Lo Zippo si apre. 

  La solitudine ha un peso, ma anche un suono. È il suono di un accendino che si apre e si chiude, è il respiro che si trasforma in sospiro, è il rumore delle dita che finalmente si muovono sulla tastiera. Perché la solitudine non è assenza, è presenza. La presenza di sé stessi, nuda e senza filtri. 

Clac. Lo Zippo si chiude. 

  Forse è questo che cerco davvero; la compagnia…la compagnia di me stesso, che mi aiuti a esplorare ciò che già vive in me. L'accendino è solo un pretesto, una piccola ancora nella realtà che mi circonda. Ogni Clic è un battito che scandisce il viaggio verso ciò che vive nell’immaginazione. 

Clic. Lo Zippo si apre. 

  E in questo viaggio incontro frammenti di storie, personaggi che abitano anfratti dimenticati in attesa di un improbabile risveglio, pronti a riaffiorare quando il silenzio sarà abbastanza profondo da lasciarli parlare. Un universo popolato di voci, di storie, di possibilità. Sono reali? Forse nessuno, forse tutti. Un caleidoscopio di narrazioni dove ogni sfaccettatura rivela un frammento del completo. Una realtà… prismatica, che si trasforma in ogni istante. Ma… qual è la più autentica? 

Lo Zippo resta chiuso a metà, in attesa anche lui di una risposta.

  Forse non esiste una risposta definitiva, è un mosaico incompiuto che cambia forma senza sosta. Scrivere non è altro che un tentativo di dare un ordine temporaneo a questo caos magnifico, un atto di coraggio e di umiltà, uno spazio sacro dove il tempo si dilata e il caos, per un istante, sembra quasi comprensibile. Un dialogo infinito tra ciò che conosciamo e ciò che ci sfugge. 

Clac. Lo Zippo si chiude con un suono che ora sembra diverso, più pieno. 

  Finalmente le parole…non proprio quelle che cercavo, ma quelle che mi hanno trovato mentre esploravo quel labirinto fatto di confusione. Una storia dalla contraddittoria complessità. 

Clic. Lo Zippo si apre. 

  Le dita cominciano a correre sui tasti e sulla pagina inizia ad apparire qualcosa. E mentre scrivo, comprendo che l’importante non è cercare mondi perfetti, quanto scoprire quelli che già esistono dentro di noi. Una rivelazione ma anche una liberazione, dove ogni parola diventa un ponte tra il visibile e l'invisibile, tra ciò che conosciamo e ciò che intuiamo. La scrittura non è più comunicazione; è trasformazione. 

Lo Zippo resta aperto. 

  Ogni frase completata lascia un segno non solo sulla pagina, ma anche nell'anima. Ed è in questo danzare sul confine tra realtà e immaginazione che nasce la perfetta comunione tra il pensiero e la parola…rara come un'eclissi. 

Lo Zippo giace dimenticato accanto alla tastiera. 

  Non è più solo inchiostro nero su sfondo bianco; ogni lettera è un passo che non ha destinazione, tappe momentanee dove riposare prima di ripartire. Le parole trovano la loro strada, scorrono autonome. La pagina bianca non è più un vuoto da riempire, ma uno spazio da abitare, un territorio da esplorare passo dopo passo. 

Lo Zippo è immobile, finalmente a riposo. 

  Scopro allora che il suo suono è stato solo un pretesto, un modo per riempire il silenzio rimanendo sospeso tra realtà e possibilità. 

  Ho la mia storia che adesso respira sulla carta. E tanto basta...anzi, in questo istante è tutto ciò di cui ho bisogno. 

Clac… 

                                                                             

                                                                                Moreno BLASI  

giovedì 15 giugno 2023



Il Negozio dei sogni



1.

Il negozio era delizioso, lo si notava anche dall’esterno.

La sua insegna diceva: “Sogni”.
Non era facile imbattersi, poiché per arrivarci era necessario che almeno la prima volta qualcuno ne indicasse la direzione, tanto era difficile trovarlo.
Si trovava nella zona esterna della città, quella che generalmente viene trascurata dai residenti che preferiscono invece bazzicare il centro, dove le attività urbane sono più vivaci e si incontra più gente.
Da anni lo gestiva lo stesso proprietario, un nonnino dal naso paonazzo e le guance rubiconde, testimone silenzioso di un tempo che lentamente andava sparendo.
A chi lo conosceva sembrava che la sua immagine, così bonaria e semplice, non si fosse affatto scalfita con il passare degli anni; indossava sempre una sciarpa intorno al collo, un berretto da camera (come si usava una volta), un gilet di lana e alle mani dei guanti senza dita, in modo da poter afferrare meglio gli oggetti.
Sul naso invece portava due piccole lenti appena posate sulla punta, che gli permettevano di osservare quei particolari che altrimenti i suoi occhi non sarebbero più stati in grado di vedere.
Da quanto tempo aveva aperto quel negozio? Nessuno lo poteva sapere.
Sembrava fosse lì da sempre, parte integrante di uno di quei sogni che diceva di vendere.
Ricordo la prima volta che lo incontrai. Avrò avuto si e no 12 anni, la scuola era da poco finita ed ero andato a passare un po’ di tempo insieme al mio amico Carletto. Mentre stavo tornando a casa, lungo la strada, chissà perché i miei occhi si posarono su quella strana iscrizione che campeggiava in alto sulla facciata del negozio; era come se all’improvviso il mondo circostante si concentrasse su quella singolare insegna che, seppur priva di luci, riusciva ad attirare la mia attenzione.
Determinato a scoprire di più su quella scritta enigmatica, pensai che dopotutto avevo ancora un po’ di tempo a disposizione prima di andare a casa, e così entrai nel negozio.
Un gattone grigio occupava con la sua presenza lo spazio vicino alla cassa, tenendo gli occhi socchiusi per adattarli alla luce, forse per controllare che qualche topolino non si intrufolasse tra gli scaffali. Con la sua pelliccia grigia e morbida, sembrava parte integrante del negozio fino a quando non agitava la coda al ritmo di chissà quale melodia invisibile. Era tutto così curioso.Un tintinnio di campanellini annunciò la mia presenza. Appena entrato, con stupore mi accorsi che al suo interno permeava un'atmosfera avvolta da un velo di dolce nostalgia in cui il trascorrere dei minuti e delle ore sembrava non avere alcun effetto: un bancone di legno scuro dominava la scena, insieme a scaffali altrettanto scuri sui quali erano esposti numerosi recipienti di vetro, che portavano l'evidente segno del tempo e della polvere accumulata nel corso degli anni. La luce non era molta poiché dalle vetrine filtrava quel giusto chiarore che consentiva di esaminare l’interno senza perdersi troppo nei particolari, mentre nell’aria aleggiava un odore gradevole, vanigliato, delicato e mai persistente. 
Mi avvicinai ad alcuni vasi per osservarli meglio e forse riuscire a vedere cosa ci fosse al loro interno, ma tanta era la polvere che non riuscivo a scorgerne il contenuto.
Ero troppo preso dall’interesse per quei barattoli che non mi resi conto dell’arrivo del proprietario.
“Ti starai domandando cosa ci sia lì dentro, vero?” Domandò.
Preso alla sprovvista non riuscii a rispondere ma annuii leggermente con il capo.
“Dovresti saperlo, perché magari in qualcuno di quei vasi c’è qualcosa di tuo”.
Quelle parole ebbero l’effetto di aumentare ancor di più la mia curiosità.
Vedendomi così smarrito, decise che era giunto il momento di sciogliere il dilemma.
“Eppure avresti dovuto notare l’insegna. Sogni, qui vendiamo sogni…”
Accidenti, pensai, che occasione. Finalmente avrei potuto realizzarne qualcuno che da tempo mi frullava in testa. Iniziai a pensare quale avrei voluto che si avverasse, ma ero talmente eccitato che invece non me ne venne in mente nessuno.
Il nonnino capì e con discrezione si allontanò.
“Ti lascio pensare, hai a disposizione tutto il tempo che vuoi. I sogni sai non hanno scadenza e quando ti deciderai staranno lì ad aspettarti”.
Riflettei sulle parole e pensai che quel vecchio doveva essere proprio un bel tipo.
Passai il resto del tempo curiosando tra gli scaffali, sicuro che prima o poi un’idea mi sarebbe giunta.
Girai ancora per un po’ all’interno del negozio cercando di trovare un’ispirazione, ma non ci fu niente da fare. Nessun sogno veniva fuori a stimolare il mio interesse.
Nel frattempo si stava facendo tardi e a casa mi stavano aspettando. Salutai il proprietario con la promessa che prima o poi sarei ritornato.

 

2.

Passò qualche anno. Oramai ero diventato un adolescente e in tutto quel tempo passato, ogni tanto mi veniva in mente il negozio e le parole che mi disse il proprietario. Adesso avevo una bicicletta e un pomeriggio di primavera, quando la scuola stava per terminare, decisi di tornarci.
Lo trovai immediatamente, identico a come l’avevo lasciato.
Anche l’interno era rimasto allo stesso modo.
Appena entrato il nonnino mi riconobbe immediatamente:
“Oh, guarda chi si rivede….”
Come faceva a ricordarsi di me pensai, dopotutto mi aveva visto soltanto una volta e poi diversi anni fa.
“Allora ti è venuto in mente quale sogno ti piacerebbe avverare?”
“Veramente ancora no” risposi.
“Stai tranquillo, te l’ho già detto: hai tutto il tempo che vuoi”.
A sentire quelle parole, non so perché mi tornò il disagio di quel giorno, quando non me ne venne in mente nessuno.
 “Ma perché è così difficile sceglierne uno?” Gli domandai.
Si avvicinò con un sorriso dolcissimo, dello stesso sapore della vaniglia che si respirava ancora nell’aria…
Mi rispose: “Figliolo mio, i sogni sono strani. Rappresentano ciò che noi non riusciamo a vedere. Sono eterei, fugaci ma anche amari e a volte irraggiungibili; sono come un viaggio che puoi iniziare in ogni istante per poi cambiare la destinazione in qualsiasi momento.
Ti voglio dare un consiglio: non provare mai ad acchiapparne uno. Potrebbe essere così scivoloso da sfuggirti di mano lasciandoti l’amaro in bocca. Lascia che sia lui a scegliere te”.
“Ma… come faccio a sapere che è lui il mio sogno?”
“Quando entri nel mio negozio vedrai sempre tanti barattoli sugli scaffali. Alcuni grandi, altri piccini. Alcuni sono in alto, irraggiungibili e altri invece più a portata di mano. Il tuo sogno starà lì ad aspettarti e quando ti avvicinerai lo riconoscerai immediatamente senza bisogno di alcun consiglio. Però… sappi che ognuno ha il suo prezzo da pagare”.
Quest’ultima frase mi lasciò sbalordito.
Sapevo che i sogni aiutano nella vita, ma perché pagarli se sono una cosa fondamentale e che in fin dei conti fanno star bene.
 “Come? C’è anche un prezzo da pagare? Hai detto che sono eterei, com’è possibile pagare un qualcosa che è… impalpabile”.
“Non è sufficiente desiderare un sogno per ottenerlo: bisogna anche meritarselo. Se non ci fosse un prezzo, anche simbolico, ognuno avrebbe tutti i sogni che vuole…  e forse anche di più. E allora non ci sarebbe più gusto. Troppi sogni possono far male, la misura dev’essere quella giusta. Devono essere fonte d’ispirazione ma anche un salutare legame con la realtà”.
“E quale sarebbe il giusto prezzo?”
A questa domanda allargò le braccia.
“Non chiedermelo. Non esiste un tariffario. Potrebbe sembrarti troppo, così come potrebbe sembrarti poco: il prezzo di ogni sogno dipende solo dal valore che gli dai”.
Non fece in tempo a finire di parlare che scomparve nuovamente dietro al bancone.
Riflettei sulle sue parole che in ogni caso mi incoraggiarono un po’.
“Non c’è che dire”, pensai “quel vecchio è un ottimo venditore”.
Iniziai a girare per il negozio nella speranza di capire quale sogno prima o poi avrebbe attirato la mia curiosità. Come mi aveva detto, alcuni sogni erano rinchiusi dentro barattoli enormi, altri in quelli più piccoli ma in tutti era impossibile scrutarne il contenuto.
In ogni caso nessuno attirava la mia attenzione.
Notai che il gattone grigio stava ancora là, sul bancone della cassa continuando a sventolare l’aria con la coda; forse sentendo il bisogno di stiracchiarsi un po’ si alzò e arcuò la schiena stendendo le zampine anteriori. Il suo spostamento permise a un filo di luce di attraversare la patina della vetrina e di andare a colpire un angolo dove una serie di barattoli si sottraeva alla vista. A dire il vero li avrei potuti vedere anche prima, ma forse non mi ero accorto di loro preso com’ero dalle parole del proprietario e soprattutto dai miei pensieri.
Mi accorsi di un barattolo più defilato degli altri, che colpito dal raggio di luce parve risplendere di uno strano bagliore o almeno così sembrò. Era chiuso con un drappo di stoffa sfilacciata e tenuto stretto al bordo con uno spago, come si faceva una volta.
Spostai i barattoli che lo coprivano per poterlo osservare meglio.
Era particolarmente singolare: la poca luce che filtrava dalla vetrina creava al suo interno un chiarore misterioso che, a seconda di come lo tenessi tra le mani, cambiava continuamente sfumatura, rivelando arcobaleni dai colori straordinari.
Sentii un brivido di eccitazione attraversarmi il corpo.
Ecco, finalmente avevo trovato il mio sogno.
Lo capovolsi più volte ma non riuscii a trovare il prezzo.
Corsi dal vecchio a chiedere quanto costasse.
Appena lo vide non rimase sorpreso, anzi sembrava sapesse che quel barattolo non stava aspettando altro che lo trovassi. Lo girò e lo rigirò, poi si voltò verso il gatto come se aspettasse da lui qualche risposta.
Sembrava in imbarazzo quando mi disse il prezzo: ”Un soldo”.
Cercai nelle mie tasche… avevo solo 99 centesimi.
Non potevo credere: proprio adesso che avevo trovato il mio sogno.
Così vicino eppure così irraggiungibile.
E tutto per colpa di un centesimo…
Chiesi al nonnino di avere pazienza e di tenerlo da parte perché sarei tornato quanto prima con tutta la somma, sicuro di riuscire a trovare in qualche modo la monetina che mi mancava.
Lui non batté ciglio, prese il barattolo e con lentezza lo andò a posare sul bancone vicino alla cassa, proprio dove al gattone grigio piaceva riposare.
Uscii senza sapere dove andare e come fare per recuperare quella moneta.
Il sole stava per calare e dovevo sbrigarmi. Pensai di andare verso la latteria dove venendo avevo incontrato il mio amico Carletto, che forse avrebbe in qualche modo potuto aiutarmi. Inforcai la bicicletta e andai da lui. I negozi stavano per chiudere e le strade erano affollate. Correvo evitando con cura le persone che camminavano intorno a me. Stavo quasi per arrivare quando un luccichio colpì i miei occhi: a qualche signora mentre faceva la spesa era caduta per terra una monetina, non curandosi poi di raccoglierla. Quel colpo di fortuna mi stava permettendo di racimolare l’intera somma. Mi affrettai a prenderla e immediatamente tornai al negozio.
Entrai che ero trafelato per la corsa ma anche per la felicità di riuscire finalmente ad avere il mio sogno.
Il vecchio mi stava aspettando vicino alla porta. Mi accolse con un sorriso e insieme andammo a prendere il barattolo.
Avevo appena finito di contare le monete quando proprio in quel momento il gattone, nella penombra degli scaffali, intravide un topolino entrato chissà come e di sicuro alla ricerca di qualcosa da rosicchiare. Senza pensarci, d’istinto balzò giù dal bancone verso la preda oramai in trappola. Mentre saltava, inaspettatamente andò a urtare con la coda il barattolo con dentro il mio sogno, facendolo rotolare a terra e mandandolo in frantumi.
Rimasi sconcertato, non sapevo né cosa dire e né cosa fare. Era il mio sogno ed era lì, ai miei piedi, oramai in mille pezzi.
Sconsolato guardavo quei vetri che ancora mandavano riflessi come un arcobaleno spezzato. Con il barattolo si ruppe anche il mio cuore, lasciandomi con un profondo dolore.
“Beh ragazzo, mi dispiace” disse il nonnino, “ti darò indietro i tuoi soldi. Se vuoi te ne posso dare un altro, allo stesso prezzo”.
Non sapevo cosa farmene di un altro barattolo e tantomeno dei soldi. Io volevo quello perché sapevo che lì dentro c’era il mio sogno; un altro non sarebbe stata la stessa cosa.
Sconfortato presi la bicicletta e me ne tornai a casa. Era ora di cena e a breve sarebbe stato buio.
 
3.
Passarono gli anni, divenni adulto e per lavoro dovetti trasferirmi in un’altra città. Raramente riuscivo a tornare nei luoghi dove ero cresciuto e dove avevo lasciato i miei affetti, anche se continuavano a rimanere sempre nei miei pensieri. Un giorno, finalmente, arrivò l'opportunità di poterci tornare per un paio di giorni e non mi lasciai sfuggire l'occasione. Avevo voglia di rivedere la mia famiglia, i vecchi amici e tutti quei luoghi dove avevo passato giorni lieti. Così dopo gli abbracci affettuosi e i sorrisi felici dei familiari, decisi di spendere un pomeriggio girando per le strade della città, che nel frattempo si era ingrandita.

La parte che un tempo era periferia adesso era stata inglobata nel centro abitato. Devo ammettere che facevo una certa fatica a riconoscere quei posti che avevano segnato la mia infanzia e la mia giovinezza, quando all’improvviso mi ritrovai innanzi a uno scorcio che mi sembrò familiare: non potevo crederci, era il negozio del vecchio!

Ovviamente lui non c’era più e anche il negozio aveva cambiato l’uso, in una veste completamente rimodernata.

Adesso vendeva biciclette: da corsa, da passeggio, persino quelle per le scarpinate più faticose sui sentieri di montagna.

Non potei fare a meno di entrare e con sorpresa scoprii che adesso era del mio amico Carletto. La commozione fu tanta nel rincontrarci. Eravamo adulti ma nel nostro cuore batteva ancora l’emozione di una volta.

Entrando nel negozio mi tornò in mente l’episodio di quel giorno, del sogno che per un attimo era stato mio e che per poco non ho visto realizzare.

Chiesi a Carletto che fine avesse fatto il vecchio proprietario. Mi rispose che era da molto tempo che non si vedeva più in giro.

Sapeva solo che dopo avergli ceduto il negozio aveva preso il suo gatto ed era andato via, chissà dove.

Si stava facendo tardi, così salutai Carletto con un abbraccio.

Mentre andavo via, Carletto mi richiamò; si era ricordato che il vecchio proprietario, sapendo che mi conosceva, andando via gli aveva lasciato una lettera per me nel caso, prima o poi, mi avesse rivisto.

Mi voltai con una sorpresa evidente stampata sul volto e presi la busta che mi stava porgendo. Non avevo idea di cosa potesse contenere quella lettera ed ero curioso di scoprirlo.

"È stata proprio una coincidenza fortunata che ti sia ricordato di questa lettera", dissi a Carletto con gratitudine.

Lui annuì con un sorriso gentile. "Sai ho avuto l'impressione ci tenesse che tu la leggessi. Non so cosa contenga, ma ho sempre pensato che potesse essere qualcosa d’importante per te."

Che strana persona era quel vecchio, ricordarsi ancora una volta di me e lasciarmi addirittura una lettera. L’aprii subito.

Era scritta con una calligrafia minuziosa, di altri tempi.

Caro ragazzo,

la delusione di quel giorno nel vedere il tuo sogno infrangersi mi ha rattristato profondamente. Sono stato testimone di come l'attesa alla quale avevi creduto e alla quale avevi legato un pezzo di te stesso, si sia dissolta in un attimo davanti ai tuoi occhi. Ma voglio che tu sappia una cosa importante: i sogni infranti fanno parte della vita, e sono proprio loro che ci aiutano a crescere, imparare e a scoprire chi siamo veramente. In ogni caso non smettere mai di desiderarli, non perdere la speranza e quando si infrangono…beh, raccogli i pezzi e trova sempre la forza per continuare.

E sarà questa forza che alla fine ti farà dire -Quant’è stato bello sognare-”.

Strinsi il foglio tra le dita e con il dorso della mano mi toccai il naso. Avevo le lacrime agli occhi e non volevo che Carletto se ne accorgesse.

Misi il foglio in tasca e in tutta fretta lo salutai con la scusa che a casa mi stavano aspettando.

Ripresi la strada riflettendo sul significato di quelle parole, pensando ancora una volta a quel nonnino, al suo viso e al suo immancabile gattone, e per un attimo mi sembrò di udire ancora una volta la sua voce mentre diceva:

 

Sogni, qui vendiamo sogni…

 

 

Vorrei dedicare questo racconto a tutti coloro che nella vita 

hanno visto il “loro barattolo” andare in mille pezzi.

 

 

 Moreno Blasi