mercoledì 8 marzo 2023

 


“Oggi 8 marzo vorrei omaggiare il mondo femminile con una rosa. Ho scelto la rosa perché per me rappresenta da sempre l'universo femminile; sia quando è ancora un tenero bocciolo o quando la ritroviamo conservata nel tempo tra le pagine di un libro. Pure se correlate a sentimenti diversi, entrambe sanno come evocare la forza di un amore umile, la tenerezza di una emozione che, anche a volerlo, non riesce a svanire.

Delicata ma pungente, la rosa con eleganza si spiega come una spirale, per poi schiudersi a partire dal suo centro, a ricordarci che è da lì che inizia la nostra espansione e manifestazione individuale.

Se sento la necessità di creare un’allegoria tra la donna e la rosa non è per una convenevole arte retorica, ma per introdurre quello che considero il concetto base della femminilità, l’essenza femminile da sempre al centro del mondo spirituale.

Nel corso della storia, abbiamo assistito a una sorta di mascolinizzazione del principio femminile; la donna infatti, nella speranza di ottenere i giusti riconoscimenti e gli stessi diritti dell’uomo, si è travisata rinunciando a quella parte di luce che le apparteneva da sempre.

Mi sembra ovvio affermare che l’essenza femminile non c’entra nulla con il mostrarsi femmine. Anche perché è essa stessa un’illusione: la perfezione del femminile può risiedere in ogni essere umano, un’attitudine che tutti hanno ma pochi ne sono coscienti e quindi non permettono che emerga.

Infatti vedo il femminile come rappresentativo di un potere creativo assoluto e totale; l’indiscutibile custode della luce divina: la scintilla della creazione. Il femminino sacro, la personificazione che attraverso l’Io, consente all’essere umano di ricongiungersi a sé stesso e aprirsi a nuovi modi di sentire il proprio fondamento. Non si tratta quindi di un aspetto esterno dell’essere o del profondo io, bensì dell’ascolto di quel silenzio che conduce la propria essenza alla sensazione del reale. A tutte le donne che mi leggono, il più profondo ringraziamento"

Moreno BLASI

martedì 7 marzo 2023

 Un mondo di donne  

Brindiamo alle donne:
a quelle pazze, ribelli e rompipalle che vedono le cose in maniera caratterialmente diversa dagli uomini.
Possiamo non essere d'accordo con loro,
glorificarle e dileggiarle allo stesso tempo; però, quello che non dobbiamo mai fare è ignorarle.
Perché?
Perché sono loro che da millenni spingono avanti l’umanità e con forza cambiano le cose.
Perciò non continuiamo a vedere insensato il loro comportamento e riconosciamone il valore.
Perché le donne, e solo le donne sono coloro che prima o poi, riusciranno a cambiare il mondo.

a tutte voi buon 8 marzo 

Moreno BLASI

lunedì 17 maggio 2021

Jack Kerouac, un viaggiatore solitario lungo le strade d’America


All’inizio degli anni ’50 gli States sono pervasi da un clima di generale euforia. La guerra è da poco terminata e inizia a diffondersi nell’aria qualcosa di nuovo. Sono anni in cui nei giovani esplode la voglia di creare qualcosa di realmente diverso, 
una coscienza collettiva di libertà e di diversità che finisce con il  confluire nella musica, nell’arte e nella scrittura. In questo clima generale di esaltazione, i ragazzi sentono il bisogno di iniziare una nuova vita che si estrani dai canoni fino ad allora vissuti e che possa oltrepassare quella conformità che gli impedisce di esprimersi liberamente in ambito artistico. 
I ragazzi danzano al ritmo del rock’n’roll, la musica proibita ma un certo malessere inizia ad insinuarsi tra le pieghe della società. C'è il timore che il tanto decantato sogno americano possa frantumarsi sotto i colpi di quella inquietudine. 
Sono gli anni del Ku klux klan e delle lotte per i diritti civili degli Afroamericani, ma sono soprattutto gli anni della Beat generation. 
James Dean ed Elvis Presley sono i miti che riescono ad esprimere i turbamenti e i sogni di libertà di quella generazione, ma nessuno meglio di Jack Kerouac riuscirà a rappresentarne il simbolo stesso, l’icona immortale dell’idea di quella vita inquieta e sfrontata vissuta al di fuori delle convenzioni imposte dalla società. 

Jean-Louis Lebris de Kerouac, meglio conosciuto come Jack, nasce a Lowell, Massachussets nel 1922. La sua è una famiglia di stampo profondamente cattolico originaria del Québec; nell’ambito familiare si parla il joual, un dialetto canadese e il francese rimarrà sempre la sua lingua madre. Durante gli anni del liceo si afferma come campione sportivo, attitudine che gli darà modo di frequentare a New York la prestigiosa Columbia University , dove incontra due scrittori con i quali instaura un rapporto di amicizia che durerà per tutta la vita: Allen Ginsberg e William S. Burroughs, insieme interpreteranno le figure seminali del movimento Beat.

La Beat generation è il primo movimento artistico del dopoguerra che si pone in una netta posizione di protesta nei confronti della società conformista di quegli anni. Jack Kerouac ne diviene immediatamente uno dei punti di maggior riferimento. E sarà proprio Kerouac a tenerla a battesimo, prendendo (pare) il termine da Herbert Huncke: significa “down-and-out” indicando così il fondo dell'esistenza (dal punto di vista finanziario ed emotivo) oltre che “beatific” suggerendogli un valore più alto dal punto di vista spirituale, ma soprattutto una particolare apertura nei riguardi del linguaggio scritto, eleggendo ad arte le esperienze della propria vita. 

Già da tempo aveva sentito il suo spirito girovago prendere il sopravvento. Negli anni della guerra si arruolò nella marina mercantile come semplice marinaio, esperienza che lo portò a visitare vari porti mediterranei ed atlantici. Dopo un anno passato in mare torna a casa per scrivere il suo primo romanzo, "La città e la metropoli", lavoro che gli dà un discreto successo ma non ancora la soddisfazione che cerca. 

La sua ambizione non è quella di divenire uno scrittore affermato pieno di ricchezza e rispetto, ma di riuscire ad arrivare ad una capacità interiore che gli consenta di originare una scrittura poetica e impressionista con la quale descrivere tutta la varietà e la diversità della cultura Americana. Non ce la fa a rimanere chiuso in una stanza a pensare; vuole acquisire attraverso il viaggio una conoscenza profonda che lo traghetti sino all’essenza della vita stessa. Sente dentro di sé che c’è ancora un’America cruda e primitiva che nessuno vuole più cantare, dove però lo spirito è rimasto indomito e non ancora plasmato dall'infaticabile macchina del materialismo moderno. 

Lui lo sa che i tempi stanno cambiando e che qualcosa sta agitando quell'America conservatrice sempre più coinvolta nell’intrico della guerra fredda. 

Kerouac decide di inseguire e rincorrere i propri pensieri ed emozioni con il loro originale ritmo. Passa molto tempo sulle carte geografiche e a studiare i libri sui grandi pionieri della storia americana. Vagabondare diventa parte essenziale della sua reputazione, un modo per affermare la libertà in un periodo nel quale la paranoia ed il sospetto vigono nella maggior parte degli americani. Non si limita ad andare da un luogo a un altro degli USA, ma vuole viaggiare alla ricerca e scoperta di sé mediante l'abbattimento di ogni barriera prestabilita. Avverte che al di fuori della città inizia un territorio sconosciuto, dove tutto è da scoprire a cominciare da sé stessi. Inizia a sentire che la casa dell’anima non è nel paradiso, ma nella strada aperta; immagina il suo spirito come quello di un viandante in perenne cammino.

Quello di viaggiare verso l’ovest era stato un suo sogno antico e i nomi dei fiumi, delle città e degli stati eccitano da sempre la sua immaginazione. Con il viaggio intende misurare il territorio americano, vivere nel suo splendore e bellezza; vuole respirare a fondo l'”odore forte dell’America”.
Si identifica con i primi pionieri americani, o negli Hobo, quella sorta di girovaghi che ritiene essere i custodi del vero spirito della libertà.
Quest'esperienza gli darà lo spunto per scrivere "Sulla Strada" il libro che gli procura immediata fama e successo; a quasi sessant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, rimane uno dei testi di riferimento della cultura del secolo scorso, mantenendo inalterata tutta la propria vitalità, continuando tutt’oggi ad indicare al lettore un nuovo modo di vedere il mondo. Il romanzo narra i viaggi compiuti tra il 1947 e il 1950 negli Stati Uniti e in Messico, insieme al suo amico di sempre Neal Cassady. 
Vivranno insieme la verità dell’asfalto, un’esperienza che li farà sentire sulla soglia di una nuova percezione. Il libro diviene subito un testo di riferimento, il manifesto della "Beat Generation". 
Pagine che attraverso suoni, sapori e profumi rapiscono ancora l’immaginazione, proiettando di colpo il lettore oltre l’orizzonte americano. "La strada è la libertà e io parlo in nome della libertà, parlo in nome dell'esperienza, parlo in nome della vita. Parlo in nome di tutte le strade che attraversano l'America in un immenso, infinito sogno che si scontra con il santo incanto infinitesimale della creazione. Quel vasto mare della fratellanza che sottolinea l'essenza, la nascitura quintessenza dell’universo. Parlo in nome delle strade, dello Zen, della torta di mele, dei truffatori, degli sfruttatori, del folle pazzo jazz, delle fermate di autobus, dei poliziotti, dei criminali e di tutto quello che ti passa accanto mentre tu cammini e continui a stare a metà strada tra il paradiso e l’inferno”.
Colpisce il suo tipo di narrazione scattante, tenuto insieme dalla presenza di un Io narrativo, sempre lo stesso ma ogni volta diverso: la prosa spontanea.
Uno stile apparentemente senza regole che segue dei principi fondamentali dettati dallo stesso Kerouac e che prevedono libertà mentale: "Prima soddisfa te stesso, poi al lettore non mancherà lo choc telepatico, la corrispondenza significante perché nella tua e nella sua mente operano le stesse leggi psicologiche". 
Il genio dell’autore infiamma l’America, ma per Kerouac sarà l’inizio della fine. Inizia a chiudersi sempre più in sé stesso. 
Si lamenta "non hanno capito niente. I miei viaggi, le donne, le droghe e gli eccessi sono tutte metafore. La strada è sacra. E’ un modo per arrivare alla redenzione, ma loro nel whiskey vedono soltanto whiskey, nelle notti d’America soltanto buio. Invece c’è luce".   
Scrive diversi altri libri, tra cui "
I vagabondi del Dharma" nel 1958 (un periodo in cui Kerouac è fortemente influenzato dalla religione buddista) e una raccolta di poesie intitolata "Mexico City Blues" pubblicata nel 1959. Negli anni successivi fino alla morte, Kerouac vive combattendo contro il suo fisico indebolito dall'alcol e da una vita di eccessi.
Oggi si ritiene che il suo contributo letterario, oltre che sociale, sia stato assai più profondo e importante rispetto ai giudizi che l'avevano inizialmente emarginato nei confini della controcultura americana. 
"Niente alle mie spalle, tutto davanti a me, come sempre sulla strada". (Jack Kerouac, "Sulla Strada")
Intere generazioni hanno preso a modello Kerouac, e, in automobili malconce, camper improvvisati, in autobus traballanti o su treni affollati di umanità, hanno esplorato il mondo. 
In fuga dalle delusioni politiche o alla scoperta della dimensione mistica orientale, i seguaci dei personaggi di Kerouac sono straripati dalle pagine del romanzo invadendo il mondo reale. Accompagnati da una colonna sonora che ne rispecchia le aspirazioni e la vitalità, con gli occhi sempre puntati all’orizzonte, diretti al West degli spazi aperti o al mitico oriente, hanno reso a Kerouac il più grande omaggio che si possa rendere ad uno scrittore: hanno preso il suo messaggio alla lettera. 
In un’epoca di inclusive tours e di viaggi organizzati fin nei minimi dettagli, le pagine di Kerouac ripropongono un irrinunciabile gusto dell’avventura, delle grandi distese, dell’esplorazione e della libertà. 
Sullo sfondo di quel paesaggio americano ormai impresso nell’ immaginario di ciascuno di noi.

 

 


Jack Kerouac
     
            March 12, 1922  October 21, 1969              



 



Moreno BLASI

quattro anni di attesa....

Vorrei scusarmi con tutti coloro che malgrado il "vuoto" di questi anni, hanno continuato a visitare il mio Blog. 
Le ragioni del mancato appuntamento con voi sono state molteplici. Aldilà degli accadimenti (la vita si riserva  sempre la cautela di tenerceli nascosti sino all'ultimo istante), avviene che a volte, preso dal caos della situazione, scrivere qualsiasi pensiero diventa una vera impresa, specie quando la vecchia idea che ho appena dettato, muore prima ancora che nasca la nuova, creando un interregno dove  un presunto lettore, nascosto dietro la pagina, sembra dirmi “non puoi impormi la tua confusione, ne ho già abbastanza della mia”. 
Ragione per cui spesso mi ritrovo confuso e impegolato a passare da un'idea traballante all'altra, finché non precipito nel disorientamento più totale.
D'altronde chi scrive lo sa: la storia della scrittura è  intrisa di caos, contradizioni seguite poi da momentanei riscatti, in un’irrequieta altalena carica di emotività. 
Sono certo che non ci sono mai state eccezioni, in quanto per arrivare alla soddisfazione, di qualsiasi tenore essa sia, si deve per forza superare ogni concetto precedente, cercando sempre di oltrepassare il limite prefissato; ogni avvicendamento raffigura un salto più alto nella consapevolezza della storia, che per quanto  positiva, comporta un rito di passaggio obbligatorio da affrontare, un periodo di incertezza nel prosieguo della vicenda. 
Ecco perché spesso ogni sogno si trasforma in delusione. 
Poi in fin dei conti, a cosa ci serve una storia scritta: forse a far passare il tempo, oppure ad immergersi in un mondo che in genere ci piace più di quello reale (a volte anche di meno). 
Per qualcun altro invece è qualcosa che serve ad imparare, ma se servisse solo a quello sai che noia...e allora che sollievo chiudere tutto e tornare alla realtà. 
Concludo con la promessa di tornare a breve con nuovi argomenti, lasciandovi il pensiero di come sarebbe bello se tutto il paese fosse disseminato di piccoli luoghi, di tabernacoli dove chiunque potesse sostare per un’ora leggendo un libro e poi meditare su di esso.



Moreno BLASI


mercoledì 18 ottobre 2017

George Orwell e 1984




Nel 1948 George Orwell scrisse il suo romanzo più famoso: 1984. 
1984 nella sua forma romanzata appartiene a pieno diritto al genere distopico (narrazioni fantapolitiche e antitotalitarie dove vengono raffigurate rappresentazioni di società future portate ad estremi negativi).
Seguendo questa linea, Orwell ci proietta in un futuro parossistico, in una estremizzazione in negativo della civiltà dove nell’indifferenza generale si assiste al decadimento della democrazia.
Spesso 1984, a torto, è stato considerato (al pari di altri romanzi di genere come Brave new world di Aldous Huxley, o The iron heel di Jack London) un libro di fantascienza.
In realtà il libro è la denuncia di chi come Orwell aveva combattuto i regimi totalitari (lo scrittore prese parte alla guerra civile spagnola nelle file del Partito Operaio di Unificazione Marxista, contro il dittatore Francisco Franco); un urlo del pensiero critico contro un “politichese” fatto d’indifferenza che, oggi come allora, si sta impadronendo dei mezzi di comunicazione. 
Ma perché George Orwell scrisse 1984?
L’idea del libro gli venne nel 1943, in pieno conflitto mondiale.
In una lettera datata 1944, Orwell aveva già bene in mente i temi che cinque anni più tardi avrebbe trascritto con la pubblicazione di 1984.
Nel 1948 il conflitto mondiale era da poco terminato; l’umanità si ritrovava distrutta in un mondo dove la guerra aveva frantumato ogni speranza di progresso.
La guerra aveva segnato un taglio netto con il passato. Aveva dimostrato come pochi al mondo avevano potuto gestire la “cosa pubblica” distruggendo ogni tipo di organizzazione democratica, in una società formata da caste. Tutto ciò aveva portato con sé gli orrori del nazionalismo più emotivo e la tendenza a non credere più all'esistenza di una verità oggettiva, perché tutti i fatti erano in sintonia con le parole o le profezie di un "fuhrer" infallibile. L’uomo, da membro di una società, si era ritrovato ad essere un ingranaggio all’interno di una “macchina della morte” mossa dagli interessi di partiti senza volto.
Tutti i movimenti nazionalistici del mondo, anche quelli che nascevano dalla resistenza, avevano assunto forme non democratiche, raggruppandosi attorno ad una figura superomistica e nascondendosi dietro la teoria che il fine giustifica i mezzi. 
Orwell riversò tutte queste ansie all'interno del romanzo.
Il libro si svolge in una società immaginaria, altamente indesiderata e spaventosa nella quale la tendenza sociale, politica e tecnologica viene portata ad estremi negativi.
La Terra è divisa in tre potenze guidate da regimi totalitari: Eurasia, Estasia e Oceania, in continua guerra tra loro.
I cittadini sono sottoposti ad un costante controllo sulle azioni e sui pensieri: dovunque sono disseminate telecamere e microfoni finalizzati a individuare ogni minima forma di dissenso nelle espressioni o nelle parole (si parla la Neolingua, un mezzo espressivo che sostituisce la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, rendendo impossibile ogni altra forma di pensiero), mentre manifesti e schermi mostrano l’immagine baffuta del “Big Brother”, 
il volto del partito, i cui occhi sembrano seguire ognuno con il monito «BIG BROTHER IS WATCHING YOU».
In questo contesto si sviluppa la vicenda di Winston Smith, un impiegato del ministero della Verità che vive con malessere la sua condizione all’interno del regime. I suoi incessanti sentimenti e il suo desiderio di libertà prendono forma nello stendere giornalmente un diario. In Julia, una ragazza che condivide i suoi stessi sogni, riversa l’amore, sentimento inviso al regime. La volontà di godere della libertà di vivere e amare, li spinge ad unirsi ad un gruppo segreto di dissidenti, il cui capo si rivelerà essere una spia del governo. Sottoposti a torture fisiche e mentali, i due si tradiranno a vicenda. Il lavaggio del cervello è stato compiuto, non rimane che l'amore e l'ammirazione per il Grande Fratello.       
In 1984, come in quasi tutte le opere utopiche e distopiche, le immagini si proiettano in un futuro cupo dove la cultura, soprattutto nella forma letteraria e poetica, è annullata dal Potere assoluto. Questo perché l’arte è ritenuta un’espressione del pensiero, della fantasia, della conoscenza di ciò che avviene; troppo pericolosa per essere lasciata incontrollata. Per questo sono proprio le pagine di 1984 ad offrire un messaggio di speranza: la letteratura e la cultura sono l'unica utopia possibile e sarà solo scrivendo, leggendo e pensando che 1984 non si avvererà mai.        
Moreno BLASI

lunedì 16 ottobre 2017

Music Capsule Andy Warhol e l'arte delle "covers"

Parte 3^

                                         
La figura di Andy Warhol non si avvicina alla musica solo
attraverso Lou Reed e i Velvet Underground.
Esiste un aspetto del suo percorso artistico, tutt’altro che marginale, che lo avvicina  alla musica sin dai suoi esordi giovanili: la copertina del disco.
La storia iconografica delle covers si intreccia con la storia stessa dell’arte di Warhol, segue le sue evoluzioni, registra e talvolta precorre i diversi passaggi estetici, diventando insieme specchio della modificazione della società e del costume del secondo Novecento.
D’altronde la stretta relazione tra la musica e l’arte è tratto caratteristico della lettura critica del secolo passato.
La storia della musica è fatta anche da immagini che nel tempo condizionano l'avvalere dello stesso prodotto musicale. In particolare il Jazz e il Rock, sono una continua fonte di ispirazione per il lavoro artistico.
Le immagini di Warhol non sono solo lavori grafici, ma si candidano ad un ruolo superiore di icone globali della nostra stessa storia.
Complessivamente produrrà oltre 60 opere.
La prima copertina è del 1949,  “A Program of Mexican music” un disco di musica classica di Carlos Chávez.
Warhol  ha appena 21 anni e prende ispirazione direttamente da un’illustrazione del programma del concerto live, dove il disco viene registrato.
Raffigura tre gruppi di musicisti aztechi incorniciati da un totem, una chiara evocazione dell’ambiente e della cultura che  genera questa musica.
Già da questo suo primo lavoro è visibile la tecnica della “blotted line”, segno grafico vibrante che l’artista userà in molti altri lavori. Seguiranno altre opere, dapprima di musica classica per poi confluire nel jazz, disegnando tra l’altro covers per Thelonious Monk, Count Basie e Artie Shaw.
Con la british invasion scopre il rock, e subito percepisce che questo nuovo genere musicale aderisce perfettamente a quello che è lo spirito della sua grafica.
In Help dei Beatles, sebbene Warhol non abbia né curato il concept né preso parte alla realizzazione di questa copertina, è giusto attribuirgliene il merito per la presenza dei fotogrammi che la compongono.
Le sessioni fotografiche da cui vengono estratti i fotogrammi della copertina, sono estrapolati da alcune pellicole della serie warholiana “Screen Tests”.  
Nel 1967 avviene l'evento che per molti appassionati di musica rappresenta la svolta nella grafica musicale: la pubblicazione di “THE VELVET UNDERGROUND & NICO”, dove Warhol si spinge ad una partecipazione ben al di là di una semplice rappresentazione iconografica.
La copertina di “The Velvet Underground & Nico” è un'innovazione non solo per l’uso degli stilemi classici della pop-art (che fino ad quel momento in questo campo si erano visti raramente), ma anche per una straordinaria invenzione: la possibilità di rimuovere la banana-adesivo per rivelare l’immagine sottostante, fortemente evocativa e provocatoria.
La fotografia sul retro (un uomo che fa la verticale) compare solo nella prima tiratura del disco per essere poi, per motivi legali, prima coperta con un adesivo e successivamente rimossa.
La sfida continua con un'altra band che in materia di provocazione ha già di per se molto da dire: i Rolling Stones.
La cover del loro disco “Sticky Fingers” ,dita sporche (nel senso di maliziose), nella sua versione originale, presenta un complesso lavoro di progettazione da parte di Warhol.
Sulla parte frontale è inserita  una vera zip funzionante cucita sulla fotografia dei Jeans.
Sul retro del disco vi è invece la foto del lato posteriore dei pantaloni.
All’interno, per proteggere il disco dalla zip, compare un foglio di cartone che ritrae il medesimo bacino con le mutande.
Negli anni ’70, come in un reflusso, si abbandona a disegnare copertine affidandosi al tipico stile ritrattistico della pop-art, caratterizzando foto rielaborate con colori accesi ed irreali.
E’ il caso di “Love you Live” sempre dei Rolling Stones. Nella realizzazione di questa cover, Warhol parte da una serie di scatti fotografici nei quali i musicisti si mordono tra loro.
In copertina compare un disegno ispirato ad uno di questi scatti, mentre all’interno c’è un collage di tutte le foto sulle quali Warhol è intervenuto marcandone i contorni a mano.
Nel 1982 è la volta di “Emotion in motion” di Billy Squier  un musicista di Boston, alla ricerca di collaborazioni a vario titolo.
Su questa copertina, alla solita tecnica basata sulla fotografia, Warhol aggiunge l’utilizzo originale di forme geometriche di vari colori, che rendono diversa la copertina dal retro nonostante siano basate sulla stessa immagine.
Questa tecnica l'utilizza in quegli anni per molte delle sue opere pittoriche.
Nel 1983 Warhol viene incaricato di disegnare la copertina di Soul Vacation del gruppo pop giapponese Rats &Star.
L’immagine mostra i quattro membri della band fotografati dallo stesso Warhol, incorporati da blocchi di colore di forma irregolare, che sebbene serigrafati, appaiono come frammenti di un collage di carta colorata. 
Ci sono anche elementi disegnati a mano che contribuiscono nel creare un’immagine audace e vibrante.
La sua ultima cover è per un evento organizzato da MTV dedicato alla prevenzione del cancro al seno.
Warhol volle dare il proprio contributo alla compilation  raffigurando il volto stilizzato di una donna, in omaggio alla grande partecipazione femminile al mondo della musica.
A far da contorno le sue tipiche forme geometriche dipinte con lo stesso colore del logo del canale musicale.
Postumo (a tre anni della scomparsa) Lou Reed e John Cale, due ex Velvet Underground, registrano un album commemorativo.
In copertina la foto dei due autori (scattata da Warhol) con in controluce l'immagine dell’artista defunto. L'album viene chiamato “Drella” come il  soprannome (incrocio tra Dracula e Cinderella) con cui i due musicisti descrivevano i lati opposti del carattere di Warhol.
Andy Warhol, fosse ancora insieme a noi, oggi avrebbe avuto quasi 90 anni.
Cosa è rimasto della sua arte, della sua cultura, del suo modo visionario di gestire il mondo?
Indubbiamente molti figli minori, qualcuno purtroppo non più presente, come Basquiat e Keith Haring. Ma soprattutto è ancora vivo il suo senso di interpretare l’arte, come se fosse l’aria che si cerca disperatamente quando si  soffoca. In un intervista disse: "Cerco di creare immagini che siano universali “leggibili” e esplicative". Un artista è un portavoce della società in qualsiasi punto si trovi nella storia. Il suo linguaggio è determinato dalla percezione del mondo in cui tutti viviamo.
È il tramite tra “ciò che potrebbe essere” ed il ciò che è. Se un’artista è veramente onesto nei confronti di se stesso e della propria cultura lascia parlare la cultura attraverso sé, imponendo il meno possibile il proprio ego. Ci rimane la semplicità ossessiva e ripetitistica, che il mondo della pubblicità conosce benissimo, arrivando persino ad allontanare il prodotto dalla sua immagine commerciale. Oppure il modo in cui realizzava una serigrafia, dove l’unica decisione era la scelta dell’immagine da riprodurre; la tecnica poi gli consentiva di intervenire in modo seriale e meccanico sull’immagine fotografica di partenza. In un’altra intervista disse “la ragione per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina, e sento che quanto faccio una cosa  facendola come fossi una macchina, ottengo il risultato che voglio”. Warhol per la sua arte si pose sempre in veste di “osservatore silenzioso”, rispetto a una riserva di immagini che trova già pronta per l’uso nella realtà che lo circonda. E' vero anche che ogni sua tela è diversa, unica, in quanto nella riproduzione serigrafica non ripuliva il telaio e nel riempimento dei colori, lasciava il telaio mai allineato creando sempre una immagine sfalsata tra contorno e sfondo; si trovano molte caratteristiche che portano a considerare una tela di Warhol unica anche se l’esecuzione è  “industriale”. La sua impronta è presente ancora in tutte le immagini consumistiche, in tutti i loghi commerciali, nella dissacrazione iconografica che puntualmente si ripresenta ad ogni generazione. Al giorno d’oggi i suoi “15 minuti di popolarità” sono alla portata di tutti, in ogni smartphone dove è possibile istallare l'applicazione che da una qualsiasi fotografia  ricrea  un ritratto enfatizzandone i contorni ed i colori come se si trattasse di un fumetto, quasi fosse un messaggio ossessivo ed alienante della propria identità.


 
fine

 Moreno BLASI



Music Capsule Andy Warhol e i Velvet Undergroung



Parte 2^
La Factory è un grande loft situato al quarto piano di uno di quegli immensi condomini che danno sulla 47th Strada Est. Funziona come una combinazione di club house, centro sociale, lounge e area di lancio per alcuni dei tipi più stravaganti di New York. E’ dove pavoneggiano modelle, teste farneticanti da anfetamina, poeti, bizzosi registi underground, occasionalmente anche alcune personalità del cinema e soprattutto rockstar. 
La celebrità  di Warhol schizza alle stelle, diventando per lui una vera dipendenza. Investe molta energia pur di rimanere argomento di discussione. 
La sua arte diventa sempre più una intenzionale provocazione, calcolata nel minimo dettaglio pur di creare polemica e suscitare curiosità sulla stampa, mentre l’instancabile desiderio di generare onde d'urto, spesso lo porta al puro sensazionalismo.

Lì in mezzo, nel 1965 arriva Lou Reed con cui inizia una collaborazione artistica che porta il nome di Warhol all’interno del mondo musicale .
Lou Reed è un uomo fascinoso, un musicista inimitabile.
Un giorno trova un libro giallo nella spazzatura: il titolo Velvet Underground  lo imprigiona  e lo ispira ad utilizzare quel nome per  una band che ha formato insieme a quattro amici reclutati nel mondo sotterraneo e provenienti dalle più disparate esperienze, come John Cale, un violoncellista gallese.
Warhol incontra i Velvet Underground quando ha già trentasei anni vissuti intensamente, dalla forza trainante di un successo seguito da un culto devoto di collaboratori artistici. 
Reed di anni ne ha ventitré, forte come l'acciaio inossidabile, sicuro di sé, e ambizioso come il suo mentore. 
In Warhol, Reed ha trovato un padre-madre-protector-catalizzatore-collaboratore che aveva sempre desiderato. 
A sua volta, Warhol ha visto in Reed un suo alter-ego più giovane in cui ritrovare la vitalità. 
Sono entrambi persone isolate che avevano avuto esaurimenti nervosi mantenendo in se stessi i loro pensieri più intimi, ma ognuno poteva entrare in empatia con l'altro attraverso una vulnerabilità mascherata. 
Andy Warhol convince i Velvet ad inserire tra le loro file Nico, un’attrice e modella tedesca, già Musa degli esistenzialisti europei.
Reputa che Nico con la sua immagine possa fare da front line al gruppo.
Idea che Reed e Cale trovano molto ripugnante.
Ma la richiesta di Warhol porta nuovi strumenti, sala prove gratuita, cibo, bevande, droghe, choc istantanei, tutto questo in cambio di lasciar Nico fare un paio di numeri insieme a loro. 
Alle prime prove la band ha un momento difficile. 
Nascono incomprensioni su chi avrebbe dovuto essere in primo piano: il suono o la voce. Nico dichiara che Reed la fa diventare paranoica, ma d’altronde paranoia è la parola chiave della Factory.
Warhol riesce a convincere Reed a scrivere alcuni brani che Nico possa interpretare con la band. 
«I` ll be your mirror » e « Femme Fatale » sono alcuni di questi brani che saranno inseriti nel loro album di debutto.
L’importanza di Nico nei primi Velvet non deve essere sottovalutata. 
La sua voce così notturna e la bellezza gelida aggiungono allo show una dimensione extra. 
Cale stesso rimane colpito dal suo canto, producendo in seguito un paio dei suoi album da solista.
Con loro crea un suono travolgente, immagini sonore  non definibili dalla terminologia usuale.
Warhol li inserisce nel suo Exploding Plastic Inevitable, una sorta di performance teatrale totale, in cui cerca di coinvolgere al massimo gli spettatori.
L‘Exploding Plastic Inevitable è una presentazione multimediale, dove i Velvet accompagnano un film di 70 minuti in bianco e nero dal titolo The Velvet Underground and Nico: A Symphony of Sound. 
L'idea si è evolve rapidamente in qualcosa di più ambizioso, andando ad utilizzare ballerini, luci, luci stroboscopiche e diapositive, in una performance multi-mediale.
All’epoca lo show rappresenta un avvenimento atipico e sensazionale: gli attori di Warhol si aggirano sinistri tra il pubblico, le luci offrono dei chiaroscuri allucinanti e i
Velvet Underground suonano tutta la loro musica scordata, dilaniante, ma perfettamente in sintonia con i nuovi umori che aleggiano per New York.
Warhol centra ancora volta il segno.
Tutta l’ intellighenzia newyorkese parla dell’avvenimento.
Warhol dirà in seguito: “Sapevamo tutti che stava accadendo qualcosa di rivoluzionario”. 
Lo percepivamo. Le cose non potevano proseguire senza che qualche ostacolo venisse infranto”.
The Velvet Underground and Nico è un album che la band non avrebbe mai pensato di registrare. 
Andy Warhol prende la decisione di registrare l'album prima di venderlo ad una etichetta discografica, senza un preventivo contratto. 
Il vantaggio è evidente: nessuno può interferire con la produzione. 
Ma anche lo svantaggio è chiaro: la totale mancanza di fondi. 
Il risultato riflette sia nel senso di libertà della realizzazione che nelle limitazioni economiche. 
Viene registrato in uno studio a basso costo, con solo quattro microfoni disponibili. 
I Velvet lavorano agli arrangiamenti immediatamente prima delle sessioni di registrazione, in maniera di trasferire il sound su vinile il prima possibile. 
La qualità del risultato la dice lunga circa la loro determinazione e sul breve tempo trascorso in studio.
Nel corso degli anni ci sono state un sacco di speculazioni circa il ruolo che Warhol  ha nella realizzazione di questo storico album. 
Ha editato l'artwork , che rimane una delle più famose copertine di tutti i tempi: una banana che si stacca dalla copertina mostrando al suo interno una banana rosa.
Nell'album viene accreditato come produttore, anche se in un senso convenzionale del termine non c'è stato alcun produttore. Warhol è stato più che altro l’ispiratore. 
Tuttavia, il suo ruolo è stato essenziale. 
Lou Reed anni dopo dichiarerà:
“Andy è stato il produttore e Andy stava seduto dietro al banco di missaggio rapito da tutto quel turbinio di luci lampeggianti. 
Lui ha reso possibile che noi fossimo noi stessi, profondendoci fiducia con la sua sola presenza.” 
In un certo senso lui ha realmente prodotto l’album, proteggendoci da tutte le situazioni negative che sarebbero potute arrivare. Potevamo fare tutto ciò che volevamo e lui ce lo avrebbe permesso. 
Rappresentava un’istituzione e nessuno lo avrebbe fermato, perché lui era Andy Warhol. Certo che ne sapeva poco di produzione discografica ...
Se ne stava seduto lì e si limitava a dire,”Oooh è` fantastico”, e il tecnico del suono a ripetergli, “Oh yeah! Giusto! Non è fantastico?”. 
L'album è ormai prossimo alla pubblicazione e dopo il grande successo di New York, i Velvet vengono invitati a suonare in California. 
Tutti i tredici membri dello spettacolo fanno le valigie e prendono l'aereo traboccanti di entusiasmo, sicuri che gli dei del rock sono dalla loro parte e che anche sulla costa occidentale avrebbero trovato un ambiente abbastanza stravagante da abbracciare il loro insolito sound. 
Cosa potrebbe esserci di meglio della California, di Hollywood per Andy Warhol e Nico, per canzoni che parlano di sesso, droga e paranoia?
Invece si sbagliano.  I Velvet al di fuori di New York non hanno una buona reputazione: sono visti come una band da anfetamina. 
I figli dei fiori di San Francisco vedono nei Velvet il male urbano e corrotto di New York che avrebbe contaminato l’innocenza e la bellezza nella musica californiana.
Il tour termina dopo appena la prima esibizione.
Rimangono a Los Angeles tre settimane, pretendendo il rispetto del contratto. 
Lou Reed inizia a discutere sui pagamenti e Warhol non è quel gran manager che tutti si aspettano. 
Dopo l’uscita del disco tutti  vedono in lui un oculato affarista, e ciò da fastidio a Lou Reed che non vedendosi coinvolto, inizia a prenderne le distanze.
Suonano in altre esibizioni al Fillmore di San Francisco, ma non riscuotono il successo sperato.
Quando tornano a New York, Lou è colpito da un grave caso di epatite. 
Passa sei settimane in ospedale a curarsi. 
I Velvet nel frattempo senza di lui partecipano ad alcuni concerti a Chicago che riscuotono un grande successo.
Reed diventa paranoico perché sente che sta perdendo il controllo della band. 
E’ molto frustrato al pensiero che lui non sia più la stella della band, dal momento che Andy Warhol e Nico ne hanno assunto tutti i crediti. 
Smette di scrivere canzoni per Nico, e quando sente che Warhol la incoraggia ad una carriera solista, dichiara che la società tra lui, Nico, Andy Warhol e i Velvet Underground è finita.
E finisce un' amicizia per volontà degli dei di tutti i mondi e di tutti i Paesi.

continua...

Moreno BLASI